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AntichitàDALL’ANTICHITÀ FINO AL MEDIOEVO
È possibile che già nella preistoria, qualche migliaio di anni prima dell’Era Volgare, sul territorio dell’odierno Comune di Calceranica fossero presenti dei forni fusori alimentati con il rame che affiorava dalle rocce. Presso Maso Fosina, nome che significa “fucina”, sono presenti ancor’oggi scorie di fusione di epoca preistorica Si è ipotizzato che lo sfruttamento delle vene metallifere abbia avuto luogo anche in epoca romana, ma fino ad oggi non sono state raccolte prove sicure in questo senso. Nel corso del periodo medioevale ha inizio nel Principato vescovile di Trento lo sfruttamento sistematico delle risorse minerarie. La promulgazione nel 1208 da parte del principe-vescovo Federico Wanga del codice che da lui ha preso nome, il più antico regolamento minerario d’Europa, attesta l’importanza che le attività estrattive avevano assunto allora in Trentino. MedioevoQUATTROCENTO E CINQUECENTO
Le prime notizie sicure sulla presenza di miniere nella regione dei laghi di Caldonazzo e di Levico risalgono proprio al XVI secolo e riguardano Tenna, dove era localizzata una manifattura mineraria nella quale veniva lavorato anche il rame proveniente da Calceranica. Questi primi scavi medioevali si trovavano in località “ai Somi”, sul versante che sovrasta Calceranica, ed erano noti con il nome di “miniera di Caldonazzo”. Là era localizzato un forno fusorio che produceva i lingotti di rame che venivano inviati a Tenna, ma anche ferro e piccole quantità di argento e di oro. Scavi minerari venivano effettuati anche a monte della frazione di Campregher. Il ferro in particolare veniva estratto dalla pirite in una fucina che si trovava presso l’attuale chiesetta di S. Ermete, non lontano dallo sbocco della valle del Mandola. La bassa qualità del metallo ottenuto, causata dalla presenza di zolfo, unita al ben maggior valore del vetriolo che si poteva ricavare anch’esso dalla medesima pirite, decretarono però l’abbandono di questa attività. Questo acido trovava utilizzo nelle manifatture tessili e in metallurgia come colorante e detergente. Alla fine del ‘600 gli imbocchi minerari “ai Somi”, ormai abbandonati da tempo, furono chiusi. RinascimentoSEICENTO E SETTECENTO
Alla metà dei ‘600 venne aperta una nuova importante miniera. Si trattava della cosiddetta “miniera di vetriolo della Mandola”, con diversi imbocchi, ubicata in località Val, presso Migazzone. Essa rimase in attività fino alla fine del ‘700. I documenti arrivati fino a noi attestano che dal giacimento minerario di Calceranica si otteneva il già citato vetriolo ma anche zolfo, “sugarina” e piccole quantità di argento. La “sugarina” o “spolverino d’oro” in particolare veniva ottenuta per macinazione della pirite, essa si presentava sotto forma di polvere finissima di colore dorato e veniva utilizzata come polvere assorbente per l’inchiostro. IlluminismoOTTOCENTO
Tra il 1819 e il 1882 la famiglia Schmid di Calceranica, proseguendo la locale tradizione mineraria ormai plurisecolare, si trovò a gestire una “fossa di ghiaia solforosa”, cioè di pirite. Si trattava della cosiddetta “cava alle Andreolle” localizzata non lontano dal punto dove il Torrente Trambario confluisce nel Mandola. Gli Schmid ricavavano in media ben 500 quintali di pirite all’anno, che veniva macinata a Calceranica per ottenere “sugarina”. La disastrosa alluvione che colpì il Trentino nel 1882 provocando ovunque frane e smottamenti, sommerse però di materiali anche la “cava alle Andreolle” che divenne così inagibile. Inizio novecentoINIZIO DEL NOVECENTO
I positivi risultati indussero il Graziadei, messosi nel frattempo in società con tali Abramo Pasqualini, possidente di Bosentino, e Francesco Eugenio Tomasi, negoziante di Trento, a coltivare a partire dal 1905 sia la miniera Andreolle, che venne ridenominata “campo minerale Aurora”, che la miniera di Migazzone, battezzata ”campo minerale Maria”. Nei primi anni di attività dalle due miniere, che nei documenti ufficiali furono accomunate sotto la denominazione unica di “miniera di solfuro di ferro Andreolle”, si trassero annualmente diverse migliaia di quintali di minerale, tanto da suggerire l’esecuzione di ulteriori sondaggi minerari allo scopo di ampliare l’area di scavo nonché l’ingresso in società di un nuovo finanziatore viennese. Successivamente però l’attività mineraria entrò in crisi; il Graziadei si ritirò dalla società nel 1909 e non molti anni più tardi, nel 1915, anche i due soci superstiti decisero di sospendere i lavori di scavo. Ultimo periodoL’ULTIMO PERIODO
Dopo la dolorosa parentesi della Prima Guerra Mondiale, che vide la militarizzazione della miniera in quanto dalla pirite si ricavava acido solforico necessario per la produzione di molti esplosivi, i lavori di minerari ripresero alacremente. Nel 1922 il giacimento era coltivato dalla Società Anonima Miniere di Calceranica, la quale realizzò tra il 1924 e il 1925 la galleria Leyla che con i suoi 750 metri di lunghezza consentiva di raggiungere i cunicoli minerari direttamente dalle vicinanze del paese, evitando di dover percorrere il disagevole tracciato lungo la valle del Torrente Mandola. Nel 1929 la miniera entrò in possesso della Società Montecatini che ne proseguì lo sfruttamento. I lavori di scavo furono incrementati in maniera notevolissima. Dalle 10.000 tonnellate all’anno del 1929 la produzione di pirite raggiunse nel 1953 il picco di ben 111.841 tonnellate per poi decrescere per il progressivo esaurimento del giacimento che decretò nel 1964 la chiusura della miniera e l’abbandono di ogni attività estrattiva a Calceranica. OggiNel 2008 il Comune di Calceranica, con il sostegno della popolazione locale e di finanziamenti dell'Unione Europea, apre al pubblico locale, appassionato e turistico la possibilità di riavvicinare la miniera e la vita dei minatori attraverso il Parco Minerario.
Nel 2004 sono iniziati i lavori di recupero della parte iniziale della Galleria Leyla, utilizzata dai minatori per entrare nelle viscere della montagna e raggiungere il reticolo di gallerie di coltivazione vera e propria. E' stato pure recuperato ed allestito l'antico sentiero percorso due volte al giorno da molti minatori residenti nei soprastanti abitati di Vattaro e Bosentino, che attraversa la selvaggia valle del Torrente Mandola. Il Parco viene ora gestito dal Comune di Calceranica con la collaborazione del consorzio ConSolida delle cooperative di solidarietà sociale trentine - che si avvale della sua rete -, per farne un occasione di conoscenza, recupero della memoria, ma anche educazione e divertimento.
Nel 1964 la Montecatini S.p.a. chiude definitivamente la miniera di Calceranica, da cui per una quarantina di anni ha estratto la pirite per produrre l'acido solforico, ed in cui sono stati impiegati direttamente fino a circa 500 tra minatori, operai ed impiegati.
La miniera, esplorata fin da epoche preistoriche, è stata sfruttata a fasi alterne durante la storia: sembra che i romani vi abbiano estratto la pirite per produrre ferro - nei paraggi vi sono tracce di antichi forni fusori -; nel medioevo la pirite estratta veniva triturata per produrre la "sugarina" - chiamata anche "spolverino d'oro" per il suo caratteristico colore oro - usata per asciugare l'inchiostro nei documenti scritti a penna; l'utilizzo più recente si è invece orientato alla produzione di acido solforico, utilizzato nell'industria chimica dei coloranti e dei concimi.
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Tra il 1901 e il 1904 toccò al dott. Dario Gaziadei, farmacista di Caldonazzo, far condurre prospezioni minerarie sia “alle Andreolle” che presso Migazzone ottenendo diverse decine di tonnellate di pirite.

